Il mio parto naturale
30 gennaio 2008 di Eli in Parto e nascita, 4 commentiSembrerà un po’ assurdo, ma per diversi mesi mi addormentavo ripensando al mio parto. Il parto del mio primo (e per ora unico) figlio è stato bellissimo. Ne ripeterei ogni momento, sì anche il travaglio: ha tutto talmente senso nel rendere l’esperienza emozionante, intensa e indimenticabile che mi rifarei pure quello (e a questo punto metà delle lettrici penseranno che sono matta e non andranno avanti a leggere…pazienza).
Alle 4 di mattina del giorno della scadenza mi sveglio capendo subito che sono iniziate le contrazioni del travaglio, erano diverse dagli indurimenti di pancia vissuti nei mesi precedenti. Chiedo al mio compagno (!) di tenere il tempo tra una contrazione e l’altra, ben memore che se fossimo arrivati a 4 minuti avremmo dovuto andare in ospedale. Lui tiene il tempo, sonnecchiando, e facendo la media (!) siamo a 4 minuti… Dato che in realtà a volte passavano anche intervalli di 10 minuti non ci precipitiamo, aspettiamo le 7 di mattina e ci incamminiamo verso il pronto soccorso (sì, avete capito bene, sono andata a piedi, ma l’ospedale è a tre minuti a piedi da casa).
Dopo un lungo monitoraggio e le visita mi rimandano a casa “Non è ancora dilatata, ci vorranno ore”. Decidiamo di non dire a nessuno che forse ci siamo. Lui lavora da casa, io passo dalla vasca da bagno, al letto, al divano. Mangio solo un po’ di riso in bianco (ERROREEEE che scoprirò essere tale solo la mattina dopo quando non avevo più forza per spingere…) .
Nel pomeriggio passano a salutarmi mia mamma e mia sorella, io esco dalla vasca da bagno aspetto che la contrazione (che nel frattempo continuano, ma sempre lievi) passi, mi affaccio, le saluto e dico che sono stanca e che vado a dormire.
Sono le 8 di sera, le contrazioni si fanno più intense, dolorose (o almeno credo fino a che non scopro DAVVERO cosa vuol dire dolorose!) e allora ripartiamo per l’ospedale. Questa volta mi devo fermare un po’ di volte per la strada e chinarmi in posizione “rana” per sopportare il dolore. Lui porta la borsa, rigorosamente riempita con l’elenco dato dall’ospedale:
-tre cambi completi per il/labimbo/a (non sapevamo il sesso): body, tutina
- due ciucci (anche se dopo tre giorni che era nato ho BANDITO i ciucci – poi un giorno vi spiego)
-pannoloni per la mamma e mutande di carta
-camicia da notte di ricambio
-barrette energetiche
-ipod e radio tivoli per sentire la PARTO COMPILATION (oggetto fuori elenco, ma aggiunto dal quasi-papà tecnologico!)
Rientriamo in pronto soccorso, saliamo al reparto maternità dell’ospedale Valduce. Io arrivo armata di foglio di ammissione alla “stanza del parto“, abbiamo fatto i colloqui per poter partorire lì e infatti ci portano nella stanza: grande, con il bagno solo per me, con un salottino e la possibilità di regolare la luce. Ci sono i materassini, un quadro con un paesaggio olandese e uno con i delfini. Una grande finestra. Ma è buio e non si vedono le montagne, bellissime che il giorno dopo accoglieranno il mio piccolo tesoro insieme ad un sole meraviglioso (ok, ok sto diventando melensa, ma mi piace talmente tanto ricordare il mio parto, che sarà un articolo LUNGHISSIMO
).
Il quasi-papà si addormenta sui materassini, la giovane e gentile ostetrica che ci ha portato lì è sparita: le altre sale travaglio sono a due minuto a piedi dalla stanza del parto e lei torna solo ogni tanto per fare la visita e vedere come sto. Alle 23 mi dicono che sono dilatata di tre centimetri e io penso “come??? solo?? dopo tutte queste ore?” dal corso pre-parto mi ricordo che poi ci vuole circa un’ora a centimetro e devo arrivare a 10! AIUTOOOO
Nel background la musica della parto-compilation (c’erano pure i Caparezza con FUORI DAL TUNNEL
)
A mezzanotte l’ostetrica torna e ci dice dispiaciuta che ci deve portare nelle sale travaglio normali perchè sono arrivate tante partorienti e non riescono a gestirci così “lontani”. E’ stato l’unico momento un pochino sgradevole, perchè siamo passati dalla grande stanza del parto, con la luce soffusa e calda, il bagno mio, tanto spazio e tanto silenzio (la musica si amalgamava benissimo con la luce calda e soffusa, eravamo sospesi in questa surreale esperienza), alla piccola sala travaglio con le luci fredde, poco spazio e da dove sentivo le urla delle altre mamme. Infatti le sale travaglio sono proprio davanti alle due sale parto. L’ostetrica torna e mi dice che deve (e forse avrei dovuto fare più domande, ma ero già senza forze) rompere il sacco (ho letto DOPO, che una volta rotte le acque il dolore delle contrazioni aumenta MOLTO velocemente e poi in realtà non è detto che debbano rompere le acque per motivi medici, magari lo fanno per motivi di tempo??).
E se è vero che l’ossitocina (ormone che viene rilasciato durante il travaglio) fa dimenticare il dolore del parto, mi ricordo che pensavo “un dolore così è davvero indescrivibile”. E intanto io strillavo, soffrivo, anche il mio compagno era stanchissimo (erano ormai le 4 del mattino ed era da 24 ore che non dormiva) mentre il bimbo aveva sempre un flemmatico e sanissimo battito cardiaco
e non”usciva”.
Il letto della sala travaglio era scomodo, altissimo, non c’erano i materassini della stanza del parto e quindi dovevo arrangiarmi tra il letto e il pavimento. C’era una palla gigante di gomma, ma troppo gigante per essere davvero utile “RIVOGLIO I MATERAASSINIIIII” (pensavo, ma mi uscivano solo vocali urlate. A un certo punto ho chiesto dello zucchero perchè ero debolissima, mi girava la testa – non mangiavo da ore e l’ultima cosa era stata riso in bianco).
E arriva lo sgabello danese, ma niente. L’ostetrica esce dalla sala per vedere la partoriente accanto e io la supplico di non andare. Mi ricorderò per sempre (o almeno è da 15 mesi che me lo ricordo!) i suoi occhi scuri, giovani, che mi guardano nella penombra (avevo fatto spegnere le luci, quel neon mi dava proprio sui nervi) e lei seria che mi dice “se urli meno spingi meglio”. Per un attimo mi sono sentita incapace di fare quello che milioni di donne fanno da sempre, ho dubitato delle mie capacità di portare a termine il mio tanto sospirato parto naturale ho chiesto “datemi qualcosa” ma poi non volevo niente.
Niente epidurale, niente “droghe” o medicine, volevo che la natura facesse il suo corso. Mi ero ispirata dalle parole di Verena Schmidt. E anche al solito Continuum.
DUE ORE DI FASE ESPULSIVA. L’ho capito dopo, ma almeno mi sono sentita giustificata ad essere stravolta!
Non esce. Ci portano in sala parto, sono le 6 di mattina, sento urla di donna e poi pianti di bimbo, poi urla di donna e pianti di bimbo. Mentre io sono sempre lì che spingo…
Dalla penombra e privacy della sala travaglio, alla “folla” della sala parto. L’ostertica si barda come per eseguire chissà quale operazione. Io salgo sul “tronetto”, ovvero la poltrona ginecologica con maniglie che è studiata apposta per aiutare ad attaccarsi e spingere (anche se partorire sdraiate supine non è propriamente il modo più comodo e naturale). Mi tagliano (episiotomia). Si vede la testa.
Eccolo!
E’ sulla mia pancia, sembra che dorma, è un maschio! (non lo sapevamo) E’ bellissimo.
“non si preoccupi che poi la testa torna normale” ma io non mi ero accorta del testone a pera dovuto alla lunga fase espulsiva, per me era solo bellissimo.
Sento freddo. Sono felice. Rido. Rido. Come lo chiamiamo? Non tagliate subito il cordone (avevo dato indicazioni precise al mio compagno che le passava a dottori e infermiere).
Lo portano via (e di questo un po’ mi sono pentita dopo, avrei dovuto insistere per farlo seguire dal papà).
Esce la placenta. Mi cuciono. Non sento niente. Penso solo a lui a quando me lo riporteranno.
Lo lavano? Lo pesano? Lo vestono.
Aspettiamo trepidanti.
Torna. E’ nata la nostra famiglia
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Fantastico!!!! mi sono commossa
[...] seconda volta ti si rompono le acque (mentre la prima volta te le hanno rotte durante il [...]
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[...] parto”, dell’ospedale Valduce. Io ho partorito la mia seconda bimba proprio qui (nel primo parto ci avevo provato, ma poi mi avevano portata nella normale sala travaglio e nella orrida sala [...]